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 Da Articolo del Sole 24 Ore del 12 Gennaio 2015

 

Sull'Imu agricola l'ennesimo cambio di regole

di Gianni Trovati

 

Il Governo prova a correre ai ripari nel pasticcio dell'I mu sui terreni ex montani, anche per evitare una quasi certa bocciatura da parte del Tar del Lazio che rischierebbe di aprire un buco nei conti pubblici. Dopola sospensiva concessa per decreto, in cui il Tar ha definito «irragionevole» il parametro che limitava l'esenzione in base all'«altitudine al centro» del Comune, nell'udienza di merito in programma per il 21 gennaio è difficile ipotizzare un esito diverso dalla bocciatura, che farebbe saltare la scadenza del 26 gennaio per i pagamenti. Quei versamenti, però, sono necessari al bilancio pubblico, che l'anno scorso ha già utilizzato il gettito non incassato per finanziare una piccola parte del bonus da 80 euro.

In arrivo
All'Economia si lavora di conseguenza a un decreto legge, da varare nel prossimo Consiglio dei ministri, che conferma l'obbligo e la data ma cambia ancora una volta i criteri per distinguere i terreni paganti da quelli che continueranno a essere esenti. I nuovi parametri faranno ancora una volta riferimento all'Istat, ma a una classificazione diversa che divide i Comuni in «montani», «parzialmente montani» e «non montani»: nel primo gruppo non pagherà nessuno, nel secondo l'esenzione sarà limitata ai coltivatori diretti e agli imprenditori agricoli professionali, mentre nei Comuni «non montani» tutti i proprietari saranno chiamati alla cassa. I nuovi parametri riavvicinano il sistema alla vecchia disciplina, nella quale la tripartizione era contenuta in una circolare ministeriale (la n. 9 del 14 giugno 1993) ispirata agli stessi parametri dell'Istat. La differenza più importante riguarda i 552 Comuni parzialmente montani, perché in questo caso l'esenzione non dipenderà dalla condizione del terreno ma da quella del proprietario: i coltivatori diretti e gli imprenditori agricoli professionali non pagheranno nulla, gli altri sì (con il super-moltiplicatore, 135, da applicare alla rendita). Da qui dovrebbe venire il grosso delle risorse aggiuntive, ma in ogni caso questi criteri non riusciranno a raggranellare i 350 milioni (359 in realtà) stimati in base al criterio «altimetrico» e già utilizzati nel 2014, anche se non incassati, per finanziare una piccola quota del bonus Irpef da 80 euro. In base alle stime del ministero dell'Economia, il gettito aggiuntivo non dovrebbe andare oltre i 260-270 milioni, per cui il decreto dovrà trovare in altro modo gli 80-90 milioni che mancano.

Le conseguenze
Per il complesso dei proprietari, quindi, sarebbe una notizia parzialmente buona, ma per i singoli contribuenti si tratta in realtà di un nuovo capitolo di una saga caotica. I criteri seguiti dall'Istat per questa classificazione sono infatti ovviamente diversi dall'altitudine al centro per cui, anche se pare poco logico, fra i «non montani» ci sono anche Comuni con altitudine al centro superiore ai 600 metri, e dunque esenti secondo il parametro altimetrico contestato dal Tar e paganti in base ai criteri in arrivo, così come fra i Comuni «totalmente montani» si incontrano anche tanti centri di mare (Cagliari, per esempio), penalizzati prima ed esentati oggi. In pochi giorni, quindi, i contribuenti dovranno tornare a informarsi sull'ennesima metamorfosi normativa, per capire se il nuovo giro di roulette ha reso il loro terreno imponibile o esente. Lo stesso accadrà agli amministratori locali, che si vedranno cambiare ex post le stime di maggior gettito e i conseguenti tagli ai fondi, e che con l'Anci hanno già chiesto al Governo di soprassedere e di tornare al vecchio regime targato 1993 (come hanno chiesto anche circa 170 parlamentari nel corso dei lavori sulla legge di stabilità). Non è un problema da poco, dal momento che lo stesso Tar Lazio nel decreto di novembre aveva condannato anche il meccanismo dei tagli ritardati, che intervengono quando «gli impegni finanziari dei Comuni sono stati già assunti», e che la polemica politica sul tema si è già scaldata parecchio nella scorsa puntata. I contribuenti, quindi, sarebbero chiamati a pagare sulla base di un decreto legge ancora da convertire, e in attesa di un passaggio parlamentare tutt'altro che scontato.


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